Il mercato del riso entra nell’estate con un segnale chiaro: la pressione sui prezzi sta mettendo in difficoltà la redditività delle aziende. Secondo Terra e Vita, i prezzi risultano in calo dal 30 al 60% rispetto al 2025, mentre i costi di produzione sarebbero aumentati di circa un terzo. Il risultato è un equilibrio sempre più fragile: per molte imprese la coltivazione rischia di diventare anti-economica.
Il nodo è la redditività
Il problema non è solo il livello assoluto dei prezzi, ma il rapporto tra ricavi e costi. Se il prezzo di vendita scende mentre crescono spese per energia, manodopera, mezzi tecnici, irrigazione e gestione agronomica, il margine aziendale si assottiglia rapidamente.
La notizia riportata da Terra e Vita evidenzia anche un aspetto operativo importante: alcune aziende avvertono che, senza un cambio di scenario, potrebbero ridurre o interrompere le semine. È un segnale da non sottovalutare perché, nel riso, le decisioni colturali hanno effetti sulla disponibilità futura, sulla programmazione delle riserie e sugli equilibri tra varietà.
Prezzi: piazze e varietà non si muovono tutte uguali
I dati interni AgriMercati confermano un mercato non uniforme, con differenze rilevanti tra piazze, varietà e tipologie di prodotto. Alla Borsa Merci di Roma, il Riso Originario è passato da 1.460 euro/t del 10 giugno a 1.380 euro/t del 17 giugno. Nella stessa piazza, invece, il Riso Superfino Arborio è rimasto a 1.385 euro/t nelle rilevazioni del 10 e 17 giugno, mentre il Riso Superfino Carnaroli si è mantenuto a 1.735 euro/t.
Anche sulla Camera di Commercio di Bari il quadro è selettivo. Il Riso Fino Ribe risulta fermo a 845 euro/t tra fine maggio e 23 giugno, mentre il Riso Fino Parboiled Roma è sceso da 1.275 a 1.265 euro/t tra il 16 e il 23 giugno. Il Riso Superfino Arborio resta invece stabile a 1.405 euro/t.
Questi movimenti non bastano da soli a descrivere l’intero calo rispetto al 2025 indicato dalla fonte, ma aiutano a leggere una fase in cui il mercato premia alcune tipologie più di altre e in cui la liquidità commerciale può variare molto da una varietà all’altra.
Cosa cambia per agricoltori e riserie
Per i produttori, la priorità è ricalcolare il punto di pareggio. In una fase di prezzi deboli, non è sufficiente guardare alla quotazione più recente: occorre confrontarla con la resa attesa, i costi specifici dell’appezzamento, la disponibilità irrigua e gli eventuali contratti già in essere.
Le riserie, dal canto loro, devono gestire un equilibrio delicato. Prezzi più bassi possono favorire gli acquisti, ma se gli agricoltori riducono le semine o trattengono prodotto in attesa di condizioni migliori, la filiera può ritrovarsi con maggiore incertezza sulla disponibilità futura. Inoltre, una forte distanza tra prezzi agricoli e costi industriali può aumentare la tensione commerciale lungo la catena.
Le variabili da monitorare ora
Nelle prossime settimane gli operatori dovranno seguire tre elementi. Il primo è l’andamento delle quotazioni sulle principali piazze, distinguendo tra risi comuni, fini, superfini e parboiled. Il secondo è la risposta della domanda, sia interna sia industriale, perché un recupero degli ordini potrebbe stabilizzare alcune varietà. Il terzo è la programmazione delle semine: se l’allarme delle aziende si tradurrà in minori superfici, il mercato potrebbe cambiare impostazione nelle campagne successive.
Indicazioni operative
In questa fase conviene evitare decisioni basate su un solo prezzo di riferimento. Chi produce dovrebbe confrontare più piazze e più varietà, verificando se il proprio prodotto rientra in segmenti ancora sostenuti o già sotto pressione. Chi acquista dovrebbe monitorare non solo il prezzo spot, ma anche la disponibilità effettiva e la propensione alla vendita degli agricoltori.
Il messaggio di fondo è semplice: il riso non è solo in una fase di calo dei listini, ma in una fase di verifica della sostenibilità economica. Se prezzi e costi continueranno a muoversi in direzioni opposte, le scelte di semina e di filiera diventeranno il vero indicatore da osservare.